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Diffamazione sui social: il Tribunale di Roma conferma i confini del diritto di critica

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Con una recente sentenza, il Tribunale Ordinario di Roma ha affrontato il delicato tema dei confini tra il legittimo diritto di critica e il reato di diffamazione aggravata commesso tramite social network (art. 595, comma 3, c.p.).

Il caso d’origine e l’oggetto del giudizio

La vicenda nasce da una serie di commenti pubblicati su Facebook, sotto un post che accompagnava un contenuto video. Secondo l’accusa, quei commenti, contenenti critiche rivolte alla persona offesa, erano da considerarsi lesivi della reputazione di quest’ultima, portando all’instaurazione del procedimento penale per diffamazione continuata.

La difesa, guidata dall’avv. Giuseppe Scafuro, partner dello Studio D’Amore & Partners, ha analizzato in giudizio la reale portata delle locuzioni adoperate, facendo leva su alcuni punti cardine del diritto penale e della giurisprudenza legata alla comunicazione digitale.

In primo luogo, la strategia si è concentrata sulla contestualizzazione delle espressioni all’interno della dialettica tipica dei canali digitali e del dibattito pubblico. In secondo luogo, è stato dimostrato come i giudizi espressi costituissero una forte e legittima contestazione delle competenze professionali richieste per un determinato incarico. Infine, la difesa ha evidenziato la totale assenza di un intento di attacco gratuito, slegato dall’interesse pubblico e mirato esclusivamente a colpire la persona in quanto tale.

I giudici penali hanno ribadito che l’esercizio del diritto di critica sui social network resta subordinato al rispetto dei requisiti elaborati dalla giurisprudenza, tra cui la continenza verbale. Tuttavia, nel caso concreto, il Tribunale ha ritenuto che le espressioni utilizzate dovessero essere valutate alla luce del contesto polemico nel quale erano state pronunciate e che, pur caratterizzate da toni accesi, non integrassero una mera aggressione personale né risultassero svincolate dal tema oggetto di discussione. Per tali ragioni è stata esclusa la configurabilità del reato di diffamazione.

Questa sentenza rappresenta un importante precedente per i professionisti della comunicazione e per gli utenti della rete, che si trovano a dover calibrare l’attenzione al linguaggio anche all’interno dei contesti digitali d’uso comune.

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